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lunedì 26 dicembre 2016

Roast Dinner & Christmas Jumpers


Questa invece è Exeter, di cui trovate mille foto qui.

Poiché le calorie sono infide e bastarde, quest'anno, invece che con il giga-pranzo in madre patria, il Natale è iniziato con un cenone pre-natalizio. Il british cenone è stato voluto dalla mia famiglia acquisita in terra inglese. Infatti, fatta menzione di non aver mai scoppiato un cracker o mangiato un tipico roast dinner all'inglese, quest'anno i miei coinquilini in Beaumont Road hanno deciso che ingrassare era la retta via. E chi sono io per contravvenire alle tradizioni altrui?

Mentre la mia anima nazi-salutista con tendenze maniacali gridava allo scandalo e sperava che i maglioni fossero grandi abbastanza da coprire la ciccia, l'altro lato, quello goloso la zittiva malamente. E così alla mia lunga lisa di prime volte oltremanica ho potuto aggiungere quella del Roast dinner da "Love Actually". Non essendo mai stati una casa normale, però il cenone tradizionale è stato comunque anti-convezionale.  Essendo una casa strana, di coinquilini eccentrici e vegan-friendly, per accontentare tutti, il roast dinner è stato interamente vegano, ma non per questo meno buono, come dimostrano i jeans troppo stretti e il coma post-abbuffata. 

Infatti, di cibo ce n'era comunque abbastanza per sfamare un esercito, che noi studenti poveri ed affamati, non abbiamo fatto avanzare neanche per scherzo. Torte salate, sformati, tuberi arrostiti (ho assaggiato il parsnip, ancora non ho capito cosa sia) e il piatto principale: il Nut Roast, una specie di polpettone di castagne, anacardi, nocciole e quant'altro. Nessuno ha avuto da lamentarsi e alla fine, annaffiando tutto con il vino da 5£ di Tesco, abbiamo anche giocato a "Cards against Humanity" indossando maglioni di Natale le coroncine di carta come Bridget Jones. Un altro tick alla mia lista di cose da fare prima della fine di questo anno accademico. 

Noi per non avevamo Colin Firth, mannaggia. 

Naturalmente, essendo la cena di impronta tradizionale anglosassone, l'unico mio contributo è stato l'Instagram: tavola addobbata, mini albero di Natale e fairy lights a pioggia. Successone.
Tovaglioli di carta perché restiamo umili.

M.

venerdì 29 luglio 2016

La vita segreta di una persona gialloazzurra

3 anni fa, dopo un enorme smacco morale e psicologico causato dal test d'ingresso a medicina fallito, ho deciso di rimettere in discussione un po' tutto. Ho capito di non essere né invincibile, né intoccabile, come fino ad allora avevo quasi finito per credere, visto che grosse batoste non ne avevo avute. Ma erano ovviamente convinzioni taciute è decisamente fragili, che un colpo così basso è riuscito a disintegrare come un'uragano un castello di carta. Per questo motivo mi sono ritrovata a pensare a me stessa come un soggetto fragile e facilmente scalfibile. Per mia fortuna questi sentimenti non sono diventati un freno ma piuttosto uno schiaffo, una secchiata d'acqua gelida per svegliarmi dall'assopimento e dalla chiusura nel mio posto sicuro. Soprattutto, un test.


Dalla delusione, alla rabbia, alla voglia di mettere alla prova quello che sapevo fare il passo è stato così breve da non accorgersene. Volevo davvero fare il medico o ero solo finita nella facilissima spirale di speranza creata dai medical drama del palinsesto televisivo? Nessuno poteva saperlo, nemmeno io stessa. L'unico modo per capirlo era testarsi e l'unico test possibile era quello della sperimentazione sul campo.

In Italia questo ha un solo volto, anzi indossa numerose divise fluorescenti: rosse, verdi, gialle e blu, bianche, particolarmente antiestetiche e calde. Il mondo del volontariato mi si è aperto come l'armadio che avrebbe portato a Narnia e ha accettato i miei baby-steps iniziali e la mia progressione a velocità esponenziale che sviluppava ad ogni nuova prima esperienza. In questo modo si è aperto un nuovo mondo di turni notturni e giornalieri, di pazienti anziani con gli acciacchi e bambini che, in quanto tali, ti fanno tremare le ginocchia ogni volta che diventano mini-pazienti.


E si impara, si entra a far parte del circolo del campo medico anche se spesso considerati come l'ultima ruota del carro. Si capisce come interagire con gli infermieri massacrati dal lavoro e con i dottori che troppo spesso ti guardano con sufficienza, ma ci sono anche quelli complici, che ti sorridono e scambiano cenni di solidarietà. Ci si riempie il cuore dei sorrisi anziani e l'anima delle risate che qualche volta si riesce a strappare ai bambini. Ci si sente amici intimi di Meredith Gray anche mentre si compilano le cartelle. l'esperienza più importante della mia vita fino ad ora, che mi ha spaventata, eccitata, incuriosita, stancata fisicamente e sicuramente istruita su quello che potevo, sapevo e desideravo fare. Mi ha dato certezze e mi ha permesso di scoprire cose di me rimaste nell'ombra per 20 anni di vita. È una sensazione nuova e da scoprire, appagante al punto tale che tutti almeno una volta nella vita dovrebbero provare in una delle sue innumerevoli sfumature.

M. 

martedì 5 luglio 2016

Marjorie e lo psicodramma della fotografia.


Da quando ho aperto il Blog ho un gigantesco problema, a cui ammetto di non aver pensato prima. Perché? Perché sono notoriamente una persona troppo sveglia. 

Ci sono due categorie di persone: i fotografi e i modelli. Come è evidente da Instagram, Facebook e dalle foto che colorano i miei post, io sono una fotografa, non una modella. Io sono quella che in vacanza porta la macchinona fotografica e fa foto bellissime, centrate e a fuoco agli altri e ad ogni monumento. Questo però porta immancabilmente all'essere anche l'unica persona a cui le foto non vengono mai fatte, sono scattate sfocate o storte. E così si finisce per ricorrere allo strumento del demonio: i selfie. E fatemi dire che dopo un po' ci si stufa anche di foto in cui si vede un pezzo di braccio nell'angolo sinistro e nessun tipo di sfondo retrostante. Basti pensare che l'altro pomeriggio ero vestita carina ero circondata da gelsomini e la luce era perfetta ed io ho passato 10 minuti nel tentativo di mettere il cellulare in bilico su un auto per farmi una foto senza braccio.

Ovviamente ça va sans dire che col cavolo che il telefono è rimasto in bilico no?

Nessuna minaccia, preghiera, richiesta o minimo suggerimento sembra convincere gli altri a ricambiare il favore a ritrarre dei brevi e insignificanti momenti della mia vita. Non mio padre, non il mio ragazzo. E tutto ciò non sarebbe neanche un problema se non fosse che magari, così, per caso, io non ci tenessi a questo Blog e volessi fornirgli materiale di qualità dignitosa. Questo piccolo progettino auto-referenziale, frutto di una mente un po' curiosa e per il quale vorrei avere materiale interessante, divertente, personale. Niente selfie, ma foto che sembrino dire "Hey, guarda mi sono impegnata!". E invece no, il mio destino mi arride e io resto intrappolata nel girone infernale del braccio destro nell'angolo di ogni foto.

Tutto sommato, questo post è 45% autocommiserazione,45% auto-denuncia e 10% di speranza di imbattermi in un caritatevole fotografo.

M.

domenica 12 giugno 2016

Say yes to vintage

Non è certo una novità che il vintage, lo style retro, i vestiti usati rivisitati siano tornati di moda. Ovunque ci si giri sembra di stare sospesi a metà tra una puntata di Beverly Hills 90210 e lo stile futurista con occhiali specchiati e accessori ultramoderni. In particolare, il ritorno al vintage è secondo me una delle poche scelte degne di plauso, che l'umanità abbia fatto di recente. Perché decidere di entrare in un vintage store o di spulciare tra le bancarelle del mercatino della Domenica ha per lo più lati positivi: abiti più economici, più duraturi, fatti con materiali resistenti e "reali". Un bando ai materiali sintetici, brutti da vedere, toccare e indossare, portatori di aumento di sudorazione e di sciatteria. Preferire il vintage è inoltre uno schiaffo al fast fashion, una scelta economica, ecologica, di gusto e oserei dire anche pro-diritti umani. Niente acquisti nei negozi fast fashion, niente collaborazione a un'economia di profitto no-matter-what (scusate la pesantezza).

Una delle mie attività preferite, di recente, è senza dubbio quella di scavare negli armadi di famiglia e girare per i mercatini, perché entrambi si sono rivelati decisamente miniere d'oro. E' così che il mio armadio è stato rifornito con dei Levi's 501 (25€) come nuovi e una giacca sherpa dello stesso brand a 5€, due cappelli Borsalino e delle borse The Bridge mandate in pensione decenni fa.
Io , la mia faccia sveglia e la mia denim jacket Levi's a 5€ del mercatino

Ovviamente va da sé il fatto che non tutto il materiale da mercatino sia bellissimo, che non tutti gli store vendano oro colato, ma che ci siano molti oggetti mal-tenuti o proprio brutti. Sta tutto nella scelta, nel gusto e nella ricerca meticolosa, che con il tempo si trasformano anche in divertimento e "studio" accurato di negozi, bancarelle e luoghi sconosciuti.

Il mio store preferito a Firenze si chiama Clochard, in Via dei Conti. A pochi metri dalla zona di San Lorenzo, il negozio minuscolo è un po' come l'Armadio che porta a Narnia. La minuscola entrata passerebbe quasi inosservata se non fosse di un giallo acceso e la vetrina preannuncia la collezione di meraviglie che si trovano all'interno. Pile di jeans di forme, brand e colori diversi, cappelli Borsalino, borse e velette riescono a coesistere in uno spazio molto limitato ma riempito di pezzi unici. Un posto consigliato a tutti gli amanti del vero vintage a prezzi moderati. Nella stessa via, più avanti rispetto a San Lorenzo, si trova anche Desii, per coloro che aspirano a delle scarpe Chanel o a delle borse Gucci vintage, in
Vintage Store Exeter, giusto una limitata selezione di abitini estivi (sito web)
perfette condizioni. Altro posto delle meraviglie, ma con un budget decisamente superiore.

Durante i semestri universitari, invece, una volta a stagione, la mia tappa è il Vintage Store di Exeter. Situato nella piazza principale della cittadina (Exeter, se non si fosse intuito) accanto alla Cattedrale, lo store è uno dei migliori negozi vintage che abbia mai visitato. La scelta è incredibilmente varia, come le taglie, il genere e lo stile degli abiti: dagli anfibi da motociclista ai vestitini a fiori il passo è molto breve. Foto e video sono anche sul mio instagram qui.

Insomma tutto ciò per promuovere l'acquisto in questi luoghi in cui spesso regna la passione di chi ricerca e sceglie pezzi unici piuttosto che la svendita di capi in serie. Superare i pregiudizi è fondamentale per iniziare ad apprezzare queste piccole opportunità e riuscire a vestire con capi incredibilmente belli e di valore, pur spendendo cifre modiche e divertendosi tantissimo nella ricerca.

M.

lunedì 23 maggio 2016

Io e le mie Ossessioni pt. 3



Storia di una bambina alternativa.

Once upon a time, c'era una bambina. La bambina era iperattiva, con gli occhi azzurri, sognava di fare la ballerina e amava giocare con le Barbie. No, anzi, viverci. Perché Barbie è maestra di vita, non giocattolo. 1000 lavori e indipendenza. La bambina era sempre allegra, camminava sempre scalza, voleva mangiare solo gelato e uscire di casa vestita come una scappata dal manicomio. Una bambina normale, più o meno. 

Una bambina un po' hipster se vogliamo dirla tutta. Perché mentre tutte le altre andavano a
Un riassunto in breve di quello in cui mi sto trasformando.
scuola con la tuta, amavano il rosa e Hello Kitty, la bambina voleva distinguersi, non omologarsi e spiccare per individualità. Se alle bambine piaceva il rosa, lei amava il giallo. Non perché le piacesse effettivamente di più. Lei voleva amare il giallo, perché era un colore "diverso", sottovalutato e non considerato dagli altri. Lei andava all'asilo con la treccia, i vestiti con le maniche a sbuffo e i fiocchi in testa che mamma le metteva e che lei fingeva di odiare. Vestita da damina, alternava le barbie ai giochi con i maschi, al calcio e alle macchinine. Una Lady Oscar dei poveri, per sua volontà e non di un genitore.

Purtroppo o per fortuna la bambina è cresciuta, ha lasciato i vestiti a sbuffo per i jeans, ma non i fiocchi, non la mania di essere diversa. Le altre bambine sono cresciute  ed hanno iniziato a non avere un "colore preferito", a capire che c'è un limite a tutto, soprattutto all'infanzia. La bambina però è diventata ragazza e ha iniziato a formarsi come persona seria mantenendo la sua anima infantile. La stessa anima infantile che, sommersa dagli anni di repressione hipster adesso ha scavato ed è ri-uscita in tutta la sua prepotenza.

È iniziata per lei la stagione del rosa, delle gonne e delle velette, per sentirsi bene e non nascondere il fatto che le sarebbe piaciuto vivere nel passato, come in un film di Woody Allen. Di ossessione sempre si parla, ma più precisamente di ribellione a se stessi e all'auto imposizione di essere qualcosa. Cambio di armadio e circondario. Non più amore clandestino, ma storia degna de "I Promessi sposi". E così il mio piano di ridurre il mio armadio a pochi colori base ha subito un clamoroso colpo da parte dell'ultima gonna rosa di New Look e dai top "fru-fru" con le rouches. Lo stile minimal è stato preso a calci dal mio beanie rosa Stabilo e dai plurimi cappelli velati. Con l'influsso dei mercatini e dei negozi che curano le mie ferite di studentessa lontana da casa.

 
Ho comprato un cappello da Hostess e probabilmente mai lo rimetterò, ma diamine quanto è meraviglioso.


M.

mercoledì 30 marzo 2016

Easter Holidays - Chi non muore si rivede




Sono passati troppi giorni dal mio ultimo post e, devo dire, di essermi quasi spaventata per il senso di abitudine che stavo sviluppando verso il non scrivere. L'indifferenza è la peggior delle malattie. Per questo mi sono spinta con tutte le mie forze a riaprire il pc e ricominciare a battere sui tasti. Come andare in bicicletta, come nuotare, scrivere è una di quelle abilità che non si scordano, se lo ami, se ti appartiene. La mia lunga assenza è dovuta, neanche a dirlo, all'università: quell'universo/buco nero che quando inizia, ti ingoia nei suoi orari e nelle sue scadenze, privandoti del tempo e della voglia di fare altro. A parte guardare la tv e ingrassare. Ma la crisi è passata, le consegne sono state inviate e adesso, nel mio limbo di attesa per i risultati, posso ritagliarmi il tempo per tornare a fare altro, tipo avere una vita. Ovviamente fino al rientro dalla pausa primaverile.

In questo lunghissimo lasso temporale sono successe fin troppe cose: ho compito 22 anni, ho fatto la domanda per la tesi (sempre che si superi quest'anno...) e sono tornata a casa per la pausa di Primavera. E questo è bellissimo perché a) la primavera è bellissima, b) è la stagione più rosa di tutte e c) era tempo che l'esilio finisse. E con questo dirò la cosa più stereotipata in assoluto, quindi preparatevi tutti (ma tutti chi poi non si è ancora capito): vivere all'estero ti fa apprezzare casa tua molto, ma molto di più. 

Wow, che luminare.

Però è così e non ci si accorge fino a che punto ci manchi casa e sia un luogo bellissimo finquando non si passano mesi di assoluta lontananza da tutto ciò che è familiare. Pregi e difetti, che prima magari sapevi, capivi, ma passavano inosservati nella tua mente distratta di cittadina quotidiana, assumono contorni più delineati e definiti. Una volta rimesso piede sulle "sacre sponde" non di Zacinto, ma di casa mia, mi ritrovo sempre ad osservare curiosa una fauna e una flora, prima scontate, adesso sorprendenti. Camminare per le vie della città è come fare un safari e sedersi in un caffè, no studio antropologico. Ho la grande fortuna di vivere in una città considerata un gioiello mondiale, ma finché ci stavo immersa, tra venditori ambulanti, autobus in ritardo e ragazzini che uscivano da scuola, ero più impegnata a odiare il Mondo, piuttosto che a guardarmi veramente intorno. Ma poi vai via, vivi nella grigia Inghilterra e i 40°C all'ombra di Giugno, l'Arno e i suoi topastri magari un po' ti mancano, perché come dice Pieraccioni "d'altra parte tutti i posti c'hanno un su'arredamento". 

Negozio "Il Papiro", Via Cavour, Firenze
Una volta tornati, quindi, ogni scusa è buona per andarsene a zonzo e trascinare chiunque per le vie del centro, per mischiarsi ai turisti e deviare nelle stradine più isolate, fare shopping nei tuoi negozi e ristabilire l'ordine mentale.Il ritorno per Pasqua è un ritorno al sole e alla Vitamina D, agli abiti leggeri e alle abitudini ormai sbiadite. Queste giornate sono state esattamente così, spesi tra esplorazione di casa propria e incontro con i cambiamenti inevitabili, complici della tua assenza. Le vetrine a colori pastello e i turisti entusiasti sono stati la costante di tutte le giornata e l'aria fresca primaverile mi ha dato il suo silenzioso bentornato a casa. 
Girando per il centro e dintorni sono tornata in posti amici e ho visto luoghi nuovi, che conoscevo per sentito dire. Le vie intorno a Duomo e i negozi poco dopo il Mercato di San Lorenzo e le colline intorno a casa sono state i teatri del mio girovagare. Sono sprofondata nei cappotti intrisi di storie del Melrose Vintage Store (Via de' Ginori 18r, pagina facebook qui), provandomi i cappelli con la veletta e piangendo su quelle borse incredibili. Uno dei negozi vinte più belli di Firenze, a mio parere, di stampo londinese per il genere di merce. Ho preso un tè alla Ménagère, subito accanto, circondata dal profumo dei fiori, delle paste e del caffè (sito!). Ci sono stata dopo aver visto mille foto instagram e aver letto recensioni tutte positive. Ho sbirciato le vetrine di negozi storici e non. 50% turista, 50% figlia della mia città. Ho ripreso a are foto, a leggere e a camminare senza la frenesia del ritardo per le lezioni. E tra un pranzo pasquale e una gita di Pasquetta, ho fotografato, composto ai mercatini e finalmente mi sono presa una pausa. Ho instagrammato qualsiasi cosa e, finalmente ho ristabilito il mio equilibrio con il resto del Mondo. 
La Ménagère, via de' Ginori




M.


mercoledì 17 febbraio 2016

Io e le mie ossessioni pt.2



Questo blog è nuovo, una piccola e giovane creatura del mondo interattivo, figlio di un sito internet e riassunto di una mente confusa. Ma ogni 3x2 il mio essere paranoica e perfezionista mi fa scorrere i vecchi post per controllare, nonostante siano giá pubblicati, che tutto sia in ordine: punti, virgole, layout. Tutto. Per questo, devo ammettere che facendo questo giro di correzioni mi infastidiva parecchio il post sulle mie ossessioni/Lush experience che recitava PARTE 1. Perché avevo scritto parte 1? Significava auto-indursi l'ansia di scrivere una parte 2 o 3 o 7. Ma poi ho capito, o meglio mi sono ricordata: io sono un'ossessiva, sono piena di fissazioni, maniacale quanto basta e abitudinaria. Quindi di materiale ne ho abbastanza, in abbondanza, probabilmente a sufficienza per scrivere un romanzo o per completare quei famigerati 7 post di cui parlavo prima. I libri di Harry Potter, i film inglesi con battute discutibili e politeness quanto basta. I libri, gli unicorni, la scienza e le foto. Ma soprattutto le serie televisive. Ma non banalmente le serie TV, soprattutto quelle da nerd, pigiama e risatina da ebete.

The Big Bang Theory, Scrubs e Modern Family sono il golden trio. Concise, secche e mortalmente divertenti. Nella categoria "Puoi guardarle in loop per anni". Da consumare insieme al gelato. Niente drammi, niente lacrime. Oddio per Scrubs questo non vale, che di lacrime versate a causa sua ne ho collezionate così tante da riempirci uno stadio. Le comedies brillanti con battute politicamente scorrette e gag storiche.

Poi ci sono i drammoni, per lo più medical drama i classiconi come ER, Grey's Anatomy, Chicago Fire. Quelle storie da PMS, da scatola di kleenex sul comodino che si svuota ad ogni puntata. Drammoni da morti e mutilati e bambini tristi. Serie che maledici perché uccidono, allontanano, fanno esplodere i tuoi personaggi preferiti e tirano fuori il peggio di te. Tra spoiler googlati e discussioni con amici e parenti (tratto da fin troppe storie vere) ti trascinano in un vortice che ti fa retrocedere a quando avevi 14 anni e seguivi le boy bands. Ancora non sono guarita dai cadaveri di ER. Quanto sono brava che non sto spoilerando. Quanto?

E poi le serie trash, senza senso, stupide così tanto da diventare incredibilmente esilaranti. In cui le espressioni serie suscitano solo risate e mai mai profondità di sentimenti: Pretty Little Liars, Glee, Scream Queens. Lo so, discutibilissime, ma sono guilty pleasures, come i nachos con il guacamole o la Carrot Cake: sai che li rimpiangerai, ma continui inesorabilmente a mangiarli, o in questo caso, guardarli. Scene e scenari incredibili, nel senso di non-credibili, personaggi sopra le righe ed espressioni improbabili. L'assurdo è il denominatore comune della categoria e per questo, c'è da dire che il numero deve essere limitato, altrimenti il Q.I. ne risente ed è un attimo. Di queste solitamente i personaggi che apprezzo di più sono quelli che portano la stupidità al livello master, quelli che sotto la calotta cranica hanno lo spiffero: Brittany di Glee è la regina. 

Le serie degli anni '90/2000 sono una costante, da guardare durante gli stupidissimi hiati tra un'episodio e l'altro o tra una stagione e la seguente delle serie contemporanee. Perché ammettiamolo, con queste pause a metà serie stanno tutti un po' esagerando. Quelle serie da "Rachel, ma che capelli hai?" e da spalline imbottite. Quindi, tra un Beverly HIlls 90210 (quello con Kelly e Brenda, non quello con gli amici di Paris Hilton), un sempreverde O.C. e una lacrima di nostalgia sulle battutacce di Will & Grace, la mia vita scorre saltando da un episodio all'altro, da un personaggio morto all'altro. Ovviamente questo, quando la depressione del vivere tra un capitolo e un altro del libro di Istologia diventa intollerabile. La più recente scoperta, già in voga per il resto del mondo: Sherlock (Benedict Cumberbatch unico amore).

Sì lo so, è la vita che potrebbe fare Sheldon Cooper.

M.

domenica 22 novembre 2015

Dear Santa - Christmas wishlist 2015




È metà Novembre, inizia a far freddo, ma non troppo, le foglie continuano a cadere e alle 6 è così buio che mi metterei volentieri il pigiama. Ma agli inglesi tutto ciò non interessa, è irrilevante. Le stagioni? Una sciocca invenzione che fa perdere di vista le vere priorità della vita. Il ragionamento è semplice:


Post Halloween = Natale

Logico non vi pare? Dalla zucca alle palle di neve è un battito di ciglia o poco più.
E allora via che le strade, i negozi, perfino la caffetteria dell'università iniziano a profumare di zenzero e cannella e le strade sono piene di lucine materializzatesi dal niente. Loro sono convinti, sereni e io e la mia carta di credito triste e sconsolata, iniziamo a girare per i negozi con gli occhi lucidi ("Anche le carte di credito hanno gli occhi"- un film di Marjorie). 


Una volta presa parte alla psicosi generale, all'urlo di Oh-Oh-Oh, mi lancio alla ricerca dei perfetti regali di Natale. Il problema però è che più esco, più vago nei meandri di negozi e negozietti, più trovo cose che piacciono a me. Non per gli altri, per me. Ed è subito dramma perché, purtroppo non sono dotata di speciali poteri psichici per mandare messaggi mentali ad amici e parenti e, pensandoci, la letterina a Babbo Natale risolveva un'infinità di problemi. Linee guida per chi doveva fare i regali e soddisfazione di trovare sotto l'albero, qualcosa che si era visto in giro per tanto tempo. Per me, solitamente era una Barbie, ça va sans dir. 



E così visto che è il mio periodo dell'anno preferito e io mi trovo da sola sui libri di Patofisiologia e Genetica, ho deciso di concedermi 5 minuti di sogni ad occhi aperti e di buttare giù una lista di cose che mi piacerebbe tanto, ma tanto, trovare il 25 mattina.

Fatta esclusione per gli intramontabili And Other StoriesAtelier VM Urban Outfitters, dai quali mi basterebbe scegliere qualsiasi cosa, anche bendata, una manciata di cose da forma alla mia personale letterina a Babbo Natale, 21 years old edition.

1) Make-up. Ḕ semplice: bei trucchi. Ombretti matt o leggermente brillanti, rossetti scuri ed eleganti, cosmetici belli e duraturi per farmi sentire come le fashion blogger. Nonostante passi metà del mio tempo a girellare per negozi e bancarelle, resto sempre una squattrinata e la maggior parte delle volte al reparto make-up si tratta di "Guardare ma non toccare". E così i miei trucchi scarseggiano e trovarne sotto l'albero sarebbe una visione celestiale...tanto per rimanere in tema. Le pallette Too Faced o Urban Decay, smalti Chanel e eyeliner più precisi del fucile di un cecchino, tutti sogni proibiti




2) Scarpe. No, non parlo di scarpe da tacco 12 da Barbie Modella. Scarpe da ginnastica. Semplici, pure, da mettere sempre. Ormai le mie Vans slip-on nere sono reduci da un anno di intensa attività, tra viaggi, piogge inglesi e sabbia spagnola e le loro ferite di guerra sono evidenti (un modo fine ed elegante per dire che hanno i buchi). Bianche o nere che siano, basta che siano resistenti, perché l'Inghilterra non perdona e mi è stato già preannunciato che "This is gonna be the coldest winter in 20 years".

...Ottimo direi.


3) Cover per il telefono. Questo è più un vizio che una necessità, ovviamente, ma le mie fissazioni, come detto un po' di tempo fa, sono molteplici e innumerevoli. E la mia attuale cover con la casetta di Up si sta scolorendo oramai, è tempo di qualcosa di più adatto al all'occasione. Ed è qui che entra in azione Amazon. 






Adorabili.

4) Un cappello Fedora. Non importa la marca, il costo, potrei anche adattarmi ai colori, ma vorrei tanto, tanto, tantissimo un cappello del genere. Chi mi conosce di persona sa del mio amore per i cappelli. Beanie, a tesa larga, stretta, bombette, cono veletta o senza, dei colori più disparati. Ma un cappello Fedora, il classico ed intramontabile cappello a tesa larga e rigida manca nella mia immensa collezione.


E poi diciamocelo, fa sembrare tutte particolarmente fighe.


 



5) Per finire, un bel pigiama. Uno di quei pigiami dal taglio un po' maschile, con una camicia morbida e pantaloni, lunghi o corti che siano. Soffice e carino, che mi permetta di defenestrare quei vecchi pigiami con porcellini e cuoricini e mi faccia finalmente sembrare una donna di 21 anni. Che poi tecnicamente è quello che sono.

M

lunedì 9 novembre 2015

Anche io ho ceduto ad Instagram




Non pensavo sarebbe successo, pensavo sarei stata forte, che il male non mi avrebbe presa e trascinata nell'oblio...
Non pensavo neanche che sarebbe successo che i filtri, i contrasti, i colori avrebbero allungato le loro grinfie su di me, e invece...
E invece è successo che  i colori, i panorami, gli scorci e gli angoli del nuovo quartiere in cui vivo mi abbiano convinta, mi abbiano plagiata. Ed è un attimo che inizi a guardarti intorno, con fame di tramonti, paesaggi, cappuccini, outfits e hashtag. È un attimo che cerchi di mantenere una pagina Instagram pulita e ordinata e ti ritrovi con i like dal Sud America. Un attimo e le tue forze vengono meno. 




È così che sul finire del 2015 anche io sono entrata nel mondo di Instagram, che mi è stato antipatico per lungo tempo, con quelle fashion blogger con foto bellissime, con il vento tra i capelli e squadroni per trucco e parrucco che hanno suscitato in me sempre invidia massima. Ma adesso ci sono anche io e mi diverto tantissimo a trovare le inquadrature giuste per cose magari assolutamente banali, ma che vorrei assolutamente far vedere a tutti. E quindi si aprano le danze, squillino le trombe e datemi in mano un telefono, che devo instagrammare quelle foglie, quei prati, persino quella cacca di piccione se mi gira bene. L'importante è che sia in tono con tutte le altre, che sembri una coreografia di immagini, un tripudio di colori! 



Per di più che ho iniziato a fare foto impegnandomici davvero, da anni, da quando avevo 14 anni, quindi uno strumento in più doveva essere provato. Dovevo avere la rivincita su quelle ore sulla macchina con il rullino da stampare, avere un assaggio di quel dolce mondo di pixel filtrati. Tutto questo inutile post per auto-concedermi un Benvenuto nell'inferno degli hashtag e liberare la mente dal fatto che dovrei scrivere 2000 parole sugli animali geneticamente modificati e invece no, Slark, Mayfair, Valencia e Clarendon dovevano avere la precedenza.

Anche se la consegna è fissata tra due lunedì. 
Anche se ne va del 50% di un intero modulo.
Anche se domani piangerò per tutto questo.

...adesso però vado ad instagrammare la cena.

M

sabato 17 ottobre 2015

Home Sweet Home (?)






Non sono certo la nuova principessa di Bel Air, ma io e Willy abbiamo decisamente in comune i cambiamenti radicali. La maxistoria di come la mia vita sia cambiata e sia finita sottosopra, però, non ha molto in comune con quella del "Principe di Bel Air". Non ci sono zii ricchi o cugini che se la ballano allegramente, ma sicuramente una nuova famiglia, dei soggetti piuttosto discutibili e una collezione di gaffe, degne della migliore sit-com degli anni '90. Il mio trasferimento non "Da Roma a Bangkok" ma da Firenze a Plymouth, ha stravolto tutto: abitudini, conoscenze, amicizie, rapporti, orari, punti di vista. Pur conscia che nell'era dei "cervelli in fuga" la mia non sia più una situazione così fuori dal comune, penso comunque che ogni esperienza sia unica e che le innumerevoli vicissitudini affrontate da novelli espatriati dovrebbero essere raccolte in un manuale di sopravvivenza, per tutti coloro intenzionati ad emigrare, per lavoro o istruzione.



Source: http://m0.her.ie/wp-content/uploads/2015/08/25143711/carlton.gif

Poco più di un anno fa, armata di speranza, incoscienza e 30 kg di bagaglio sono atterrata nella verde Inghilterra, fatta di colline e animali al pascolo; l'Inghilterra stereotipata di palestre, eccessi e take-away, di Royals e Geordie Shore. Non avevo idea di cosa mi aspettasse, né di dove avrei vissuto né, soprattutto con chi e ogni argomento era circondato da una nube nera di punti di domanda. Il terrore di dover convivere con persone dallo scarso igiene personale o ancor più scarso umorismo mi stava facendo venire l'orticaria e il non conoscere ancora i miei futuri coinquilini mi stava uccidendo. Con questi pensieri, in una grigia e umida giornata di Settembre mi sono avviata, terrorizzata fino alle ossa, verso le porte del Radnor Hall, il tipico dormitorio da college inglese, con pareti colorate e aiuole tutto intorno. Al terzo piano dell'edificio (ovviamente senza ascensore perché con 30 kg di bagaglio, ci si aspettava forse di meglio?) mi aspettava quella che per un anno sarebbe stata casa mia: una stanza di 3x2 mq, un mini bagno (privato) e una cucina un po' scassata in comune con i cinque sconosciuti conviventi. Fatta esclusione per le pareti verde nausea (<-- rende l'idea) che mi avevano uccisa dentro al primo sguardo, il resto della casa sembrava decisamente vivibile, a tratti ideale. 

E in un attimo i miei avevano chiuso la porta, erano andati via ed io ero nella mia nuova casa e stavo incontrando quella che per me sarebbe stata la mia nuova famiglia. Niente virgolette, niente sarcasmo, perché dopo un anno di cameratismo forzato le esperienze come bodyguard , aiuto psicologico, battute decisamente fuori luogo l'uno all'altro, non si può non considerare quegli stessi sconosciuti che come la propria famiglia. Per quanto mi riguarda tre dei miei cinque passati coinquilini sono diventati i miei fratelli, i miei genitori, i miei amici. La ragazza della prima camera era Melissa. Tipica Tomboy dai capelli in continuo cambiamento, con un carattere di quelli che farebbero esasperare chiunque, ma a cui è anche facile affezionarsi. Nel corso di un anno ha cambiato una dozzina di colori per i suoi capelli e, nel mentre, anche una dozzina di ragazzi. Fiera della sua libertà, ha sempre portato avanti uno stile di vita alla Samantha Jones: circondata da ragazzi e vestiti, che chiunque potrebbe giudicare al primo impatto. Ma nel corso di un anno molte cose si possono imparare, se non ci si nasconde dietro ad un'idea chiusa e prevenuta: la stessa ragazza a cui piace divertirsi in maniera poco convenzionale è protettiva, intelligente e, come spesso accade, possiede un lato dolce che probabilmente solo pochissime persone sulla terra (ri)conoscono. 



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Oltre la seconda porta, stava Kevin, il gallese dai capelli (e barba) rossi. Il classico tipo eremita da FIFA e take-away e accanto alla mia Claire, l'unico membro del Radnor 3.8. a non essere mai realmente entrata nello spirito della famiglia.Dall'altro lato della mia camera stava Thomas, un cristiano osservante allergico al contatto fisico o ai gesti d'affetto, che nel corso di un anno è stato più volte traumatizzato dalla liberalità che vigeva in appartamento. Con un amore estremo per la carne e l'ossessione per il peso, Thomas è una di quelle persone che non si limita alla sua idea, osserva cambia posizione e il suo punto di partenza non sempre rimane quello di arrivo. Le opinioni cambiano, l'esterno ci influenza e non bisogna per forza pensare che il proprio punto di vista sia l'unico e il migliore e lui, secondo me ne è un esempio. Per finire il giro di presentazioni, Haley occupava l'ultima stanza. Uno spirito libero, moderna hippie, Hayley è una delle persone più strane che si possano conoscere. Insofferente alle convenzioni sociali, ogni parola che esce dalla sua bocca è qualcosa che temi e aspetti curioso di vedere cosa sia questa volta. Ballerina dalle movenze ridicole (come tutti noi della casa d'altronde) la sua migliore performance è senza dubbio alcuno quella di spaventare le persone nuove che incontriamo con qualche frase ridicolmente fuori-luogo o socialmente anti-convenzionale. 

Mai casa fu abitata da personaggi più diversi di questi, eppure ciò che dal di fuori ci fa sembrare dei soggetti non propriamente convenzionali è ciò che ci ha permesso di legarci l'uno all'altro, imparando a vedere le cose da altri cinque punti di vista diversi. E dopo più di un anno di figuracce, sessioni di biblioteca in pigiama e serate a ballare in maniera ridicola o a cantare a squarciagola non posso che ritenermi contenta di quella mattina di Settembre.

Oggi, nel Radnor 3.8. ci stanno altre sei persone ma al 74 di Beaumont Road c'è una classica casetta inglese con il cancello in ferro battuto e la porta nera, di quelle tipiche case inglesi di città: moquette in terra, finestre a semi-cerchio e caminetti sparsi come il basilico sulla pizza. In questa casa assolutamente comune, ad un numero qualsiasi, in una strada qualunque si è trasferita questa mia famiglia inglese, non proprio comune o scontata, degna della migliore serie drama-comedy dei nostri tempi. Per questo c'era bisogno di un post, per questo andavano presentati i co-protagonisti della mia storia, perché ogni giorno è un episodio di questa strana serie di avventure e psicodrammi che merita di essere raccontato...ma magari la prossima volta.


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domenica 4 ottobre 2015

Nice to meet you


Nice to meet you!


Ogni creazione ha bisogno di un'inaugurazione e questo blog non è da meno. Scrivo da molto tempo, diari, racconti. Non pensavo che avrei avuto il fegato di far leggere ciò che scrivo a qualcuno e invece eccomi qua. Io che a scuola odiavo parlare davanti ai miei compagni di classe, io che cercavo sempre di passare inosservata nelle situazioni nuove. Questo è il post di inaugurazione de "Le Cronache di Marjorie" e credo che il modo migliore per battezzare questo blog sia presentarmi. Insomma, alla fine potrebbe interessare sapere cosa andrete a leggere e quale mente partorirà i prossimi post. 

Mi chiamo Margherita, ho 21 anni e vivo una vita da pendolare tra l'Inghilterra e l'Italia. Studio all'Università di Plymouth, un buco di paesino sulle coste del Devonshire e sono originaria di San Casciano in Val di Pesa, altro buco, diversa nazione. La mia vita la passo più sugli aerei che a casa e i miei vestiti sono costantemente rovinati dalle pieghe prese in valigia. Ho scelto di partire per seguire le mie aspirazioni e, nonostante sia la cosa più difficile che abbia mai fatto, non c'è mai stato un momento in cui me ne sia pentita. Vivo nel mio mondo, un misto di obiettivi reali e immaginari, sogni ad occhi aperti e cinica realtà e, negli anni, ho coltivato diverse passioni. Ho fatto danza, mi piace fare fotografie senza troppi filtri e modifiche, leggo di continuo e qualunque cosa, dalle riviste, ai libri, dagli articoli alle brochures. Vivo a pane e telefilm e amo andare al cinema. Ho una vaga dipendenza da shopping e il fatto di abitare nel regno dei negozi low-cost come Primark e New Look, non aiuta, fidatevi, non aiuta per niente. Oscillo costantemente tra il "Voglio dei vestiti nuovi" e il "Non ho più i soldi per fare la spesa", vivendo nella speranza che un giorno potrò mangiarmi i miei vestiti vecchi.

Sono anni che mi dico "Dovresti far leggere quello che scrivi, non fa così schifo" ma, diciamocelo, tutti hanno paura. Soprattutto del giudizio dei propri amici perché chi ti vuole bene è sempre il più duro da convincere e soddisfare. Insomma, avevo un'ansia terribile. E io vivo nell'ansia, ci sguazzo, è la mia migliore amica, quindi ne è passata di acqua sotto i ponti prima che mi decidessi ad aprire il pc e a cercare le istruzioni per aprire un blog (perché, oltretutto, vivo in costante conflitto con la tecnologia). Alla fine della storia, spinta da qualche amica e guardatami intorno, ho pensato di avere una vita sufficientemente curiosa da risultare interessante per qualcuno o per lo meno divertente. Questo blog vuole essere lo specchio di me, raccontando esperienze, aneddoti, storie di vita quotidiana, mostrando ciò che mi appassiona e che mi diverte. Gli argomenti saranno i più vari e disparati, perché, d'altronde, rappresentano me e la testa bionda tra le nuvole che mi è stata data. Moda, viaggi, film e stralci di vita quotidiana in una casa con cinque coinquilini che girano in mutande e hanno i capelli rosa. 


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M